Banksy
Trovo sul portfolio di questo geniale artista inglese la seguente immagine.
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Clichés e bambini al cinema
In The Movie Clichés List leggo degli aspetti divertenti e allo stesso tempo interessanti sui clichés e i bambini nei film. Riporto solo quelli pertinenti al tema.
Un bambino sa sempre più di un adulto.
Nessun bimbo può mai essere ucciso… anche se sono elettrificati da una rete ad alto voltaggio che potrebbe uccidere un dinosauro (Jurassik Park).
Un bambino è in grado di difendersi anche se i suoi genitori sono andati a Parigi, lasciandolo senza cibo, elettricità, riscaldamento, soldi, etc.
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Parr e Badger su Diane Arbus
Martin Parr e Gary Badger scrivono delle considerazioni eccellenti nel loro libro.
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Arbus is regarded by many as little more than a voyeuristic photographer of ‘freaks’, however striking her imagery’s formal qualities. But if one looks beyond the superficial controversies one finds not only a complex, but a subtle artist, and one working fully in the documentary mode. While it is true that she often photographed those outside society’s norms, a more pertinent observation is that if she made ‘normal’ look like ‘freaks’ , she also made ‘freaks’ look like ‘normals’. Furthermore, her exploration of normalcy was complicated by gender issues. In her aggressive, full-frontal ‘exploitation’ of her subjects, Arbus appropriated an essentially male convention: that of staring. Indeed, it may well be her assumption of this prerogative of masculine domination that attracted much of the negative comment, compounded by her undercutting of gender stereotypes. She was a great feminist photographer. Her women and girls are invariably strong – like the confident twins shown here – and her men are frequently damaged or uncomfortable in their surroundings.
Her vision was much more complex than many have acknowledged, perhaps perverse but never perverted – a beautiful, sad, moving testament to the human condition, brilliantly edited and sequenced.
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estratto da The Photobook – A History vol.1
Gary Badger, Martin Parr
Phaidon Press
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Riporto qui di seguito un estratto da Carl Gustav Jung
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L’inconscio collettivo è una parte della psiche che si può distinguere in negativo dall’inconscio personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza all’esperienza personale e perciò non è un’acquisizione personale. Mentre l’inconscio personale è formato essenzialmente da contenuti che sono stati un tempo consci, ma sono poi scomparsi dalla coscienza perchè dimenticati o rimossi, i contenuti dell’inconscio collettivo non sono mai stati nella coscienza e perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, ma devono la loro esistenza esclusivamente all’eredità.
L’inconscio personale consiste soprattutto di complessi, il contenuto dell’inconscio collettivo invece, è formato essenzialmente da archetipi.
Il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell’idea di inconscio collettivo, indica l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque.
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estratto da Gli archetipi dell’inconscio collettivo
Carl Gustav Jung
Biblioteca Bollati Boringhieri
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Ecco le fotografie vincitrici del WPP di cui ho parlato in questo post.
Helmut Pirath
West Germany, 1956
German World War II prisoner released by the Soviet Union is reunited with his daughter
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Continue reading ‘Bambini e foto vincitrici del World Press Photo’
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Diane Arbus (Child with a Toy Hand Grenade in Central Park,
New York City 1962)
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Daido Moriyama (Boy Miyagi, Japan, 1973)
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A dieci anni di distanza, Daido Moriyama realizza un’immagine che fa eco allo scatto di Diane Arbus. La posa, l’inquadratura, l’espressione, le bretelle, sono tutti indizi inequivocabili del legame. La foto proviene dalla serie three beauty spots of japan, pubblicata nel ‘74
Il bambino orientale di umano non ha nulla, i pantaloni con la riga tirati prepotentemente su, il colletto della camicia chiuso, le mani in tasca, una posa composta, i nervi rilassati e lo sguardo demoniaco lo rendono una pedina, il prodotto mostruoso e disumanizzato di una generazione che ha vissuto il conflitto atomico. Si trova in un paesaggio urbano, di cavi elettrici e di macchine che sfrecciano su uno sfondo sbilenco. Lo scatto è auspicabilmente “rubato” e l’intervento in camera oscura (l’alone di luce) rispecchia l’attività della fotografia giapponese di quel periodo, intenta a illustrare le rovine di una civiltà che prova a risollevarsi dal cataclisma nucleare.
Il bambino biondo della Arbus si trova a Central Park. Ambiente tranquillo e naturale. Tutto il suo corpo sembra essere scosso da una crisi di isterismo. Gli arti e il viso contratti, la bretella penzolante e la granata nella mano contrastano fortemente con l’atmosfera di calma retrostante.
Mettere sullo stesso piano queste due fotografie sarebbe un errore. Moriyama fa un tipo di fotografia documentaristica, accompagnata da una ricerca estetica precisa. In questo caso parte da un’immagine, che è diventata mito, e la rielabora attraverso i suoi stilemi. La ricerca di Diane Arbus invece è uno spunto per riflettere sull’esistenza, le sue foto non sono fatte per essere collocate nello spazio o nel tempo, illustrano una condizione umana che è mostruosa di per sè.
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Per riprendere i binari del mio percorso di ricerca, volevo parlare di due autori che, grazie alla loro etica fotografica contro i cliché, sono oggi considerati tra i più influenti fotografi del dopoguerra.
Diane Arbus, alla quale viene dedicata, nel ’72, una retrospettiva al Moma di NY, e Daido Moriyama il cui libro Memories of a Dog è segnalato da Martin Parr come tra uno dei più significativi nella storia della fotografia del XX secolo.
Della prima ho parlato nel post precedente. Aggiungerò, prossimamente, un estratto da Sulla fotografia di Susan Sontag.
Moriyama è, insieme a Shomei Tomatsu e Nobuyoshi Araki, uno dei più noti fotografi del sol levante. Le sue fotografie sfocate, buie e granulose ritraggono individui anonimi, fantasmi di un Giappone cadente che sembrano vagare tra le rovine di un paese che ancora vive le conseguenze del bombardamento atomico.
Nella rivista Gomma leggo un’intervista (purtroppo veramente misera) di cui riporto un breve estratto.
- When I was seven years old, world war II ended. So I was influenced by the reality of the post-war situation in Japan. What I saw then left important marks as strong memories within myself.
I think that the time and the atmosphere of such experiences created my starting point in photography.-
Daido Moriyama
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Dal De Mauro, il dizionario della lingua italiana
3a modello ricorrente e convenzionale di comportamento, discorso.
3b psic., opinione precostituita, non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e scarsamente suscettibile di modifica.
3c ling., successione fissa di parole che assume un significato globale e autonomo | singola parola o locuzione usata secondo preconcetti diffusi in una società (ad es. in Italia tedesco per “rigido”, in Francia ital, cioè italien, per “imbroglione”, e sim.)
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Da Wikipedia, l’Enciclopedia libera
Nell’uso moderno il termine stereotipo indica una visione semplificata di un gruppo riconoscibile di persone che condividono certe caratteristiche o qualità. Si tratta di un concetto di gruppo, ed è mantenuto da un gruppo sociale riguardo ad altri gruppi.
Talvolta uno stereotipo è una caricatura negativa (o un inversione) di alcune caratteristiche positive possedute dai membri di un gruppo, esagerate al punto da diventare detestabili o ridicole.
In arte e letteratura, gli stereotipi sono rappresentati da situazioni o personaggi prevedibili.
Ad esempio, lo stereotipo del diavolo è quello di un personaggio rosso, con corna e forcone.
Gli stereotipi cambiano ed evolvono nel tempo, così potrebbe essere difficile riconoscere oggi alcuni degli stereotipi relativi alla società di qualche decennio fa.
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Diane Arbus

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Diane Arbus è famosa per le sue fotografie che ritraggono i così detti Freaks, i deformi, gli anomali, i mostri. Quei “diversi” che risultano grotteschi perchè simulano un atteggiamento disinvolto nella società, perchè tentano di comunicare con il mondo senza riuscirci perchè il mondo non glielo permette. Perchè il pregiudizio generale li considera ripugnanti, li compatisce per esorcizzarli o li allontana con disgusto.
Nei suoi celebri ritratti, la Arbus smaschera questo atteggiamento. L’operazione però, avviene nella totale insaputa e ingenuità del soggetto. Il più delle volte questo si offre spontaneamente e con complicità allo sguardo feroce della fotografa.
Più però la Arbus approfondisce il discorso e scava nei luoghi profondi dell’intimo umano, più un certo dubbio, dapprima vago e poi sempre più definito, lascia spazio ad una sconcertante e cruda presa di coscienza. Non c’è differenza tra fenomeni da baraccone, adulti, nani, anziani, giganti, bambini, down e travestiti. La discrepanza, tra ciò che pensiamo di comunicare e ciò che effettivamente comunichiamo, è una condizione comune e umana che ci rende fatalmente mostruosi.
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Diane Arbus, an unofficial website
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